Intervista
Le parole di Giuseppe Commisso
01
Joey, partiamo da Giuseppe prima che dall’allenatore. Chi è l’uomo dietro la panchina e quali valori, nati magari lontano dal campo, porti con te ogni giorno nel tuo lavoro?
Prima del mister c’è l’uomo, e prima ancora il ragazzo cresciuto vivendo di sport. Commisso mette la persona al centro di ogni percorso: lo ha fatto da giocatore e lo fa ora da allenatore, trasmettendo ai suoi ragazzi gli stessi valori che lo hanno formato. È cresciuto in una famiglia unita, con un ideale che dice di vedere oggi un po’ smarrito, e oggi ha una sua famiglia di cui parla con orgoglio.
Si definisce della scuola della meritocrazia e dello spirito di sacrificio: nessuno, dentro o fuori dal calcio, gli ha mai regalato nulla. Crede che ognuno debba conquistarsi ciò che desidera lottando ogni giorno, e che per riuscirci serva essere, prima di tutto, una persona con la P maiuscola.
Per arrivare in alto bisogna essere, prima di tutto, persone con la P maiuscola.
02
Quando anni fa è arrivata la chiamata della Casatese Merate, cosa ti ha convinto a sposare questo progetto? C’è stato qualcosa, fin da subito, che ti ha fatto sentire questa come la piazza giusta per te?
Quattro anni fa, racconta, fu la chiamata giusta al momento giusto. Arrivava da un percorso in crescita a Nibionnoggiono, dall’Eccellenza fino a un playoff vinto in Serie D, e cercava un ambiente sano, dove gli fossero riconosciuti fiducia e rispetto. La Casatese, reduce da risultati importanti e da una finale appena vinta, gli offriva proprio questo.
A convincerlo furono soprattutto le persone: il direttore Rho, che già conosceva, e la scoperta del presidente Sassella, descritto come uno di quei dirigenti d’altri tempi sempre più rari nel calcio dilettantistico. Una società familiare in cui si sentì subito a suo agio; ciò che lo fece sentire a casa, dice, fu l’accoglienza, e quelle persone che ogni giorno, spesso da volontari, tengono in piedi il club.
Quello che mi ha fatto sentire a casa è stata l’accoglienza, e le persone che ogni giorno tengono in piedi questa società.
03
Si dice spesso che un allenatore prima educa e poi allena. Che tipo di rapporto cerchi di costruire con i tuoi giocatori, dentro e fuori dallo spogliatoio?
Condivide al cento per cento l’idea che un allenatore sia prima di tutto un educatore: trasmettere principi, regole e soprattutto valori. Costruisce un rapporto molto diretto, fatto di massima sincerità, con il giusto distacco fuori dal campo e il coinvolgimento totale dentro. Se c’è da essere franchi, non fa distinzioni tra il più esperto e il più giovane.
Chiede rispetto reciproco — verso i compagni, verso ogni membro dello staff, verso i colori che si rappresentano — e crede che stabilire valori precisi sia decisivo. Quando un giocatore percepisce che il mister è leale e diretto, ne accetta anche le scelte più dure, comprese le esclusioni; e a fine stagione capita che proprio chi ha trovato meno spazio riconosca quel modo di lavorare e chieda di restare. Fuori dal campo, aggiunge, resta a disposizione per un consiglio, una telefonata, uno sfogo, anche oltre il calcio.
Se un gruppo vuole diventare un gruppo di amici, ci si parla in faccia: si dice la verità e ci si prende le responsabilità.
04
Guardando indietro alla strada fatta finora, qual è la cosa di cui vai più orgoglioso del lavoro costruito con questo gruppo? Non solo i risultati, ma ciò che è cresciuto giorno dopo giorno.
Il lavoro, dice, è l’unica strada che conosce per raggiungere un obiettivo. In quattro anni alla Casatese Merate è stato fatto un grande lavoro dentro e fuori dal campo, e l’ultimo biennio — con un gruppo rimasto quasi invariato per due stagioni — ha dimostrato quanto la continuità e il metodo giusto producano risultati.
Ciò di cui va più fiero, però, è la crescita delle persone: far capire anche a giocatori esperti che andare forte in settimana significa andare forte la domenica, e vedere chi accetta scelte dolorose perché riconosce ciò che serve alla squadra. Costruire ogni anno gruppi forti e uniti, anche fuori dal campo, e tenere insieme decine di persone tra campo e dirigenza resta la sua soddisfazione più grande.
Quando arrivano sequenze di risultati così, non è mai un caso: sono la conseguenza del lavoro.
05
Ogni stagione lascia un’immagine che resta impressa. Qual è il ricordo, una vittoria o anche una difficoltà superata, che porterai con te più a lungo di questa avventura in maglia Casatese Merate?
Difficile sceglierne uno solo. Restano impresse due finali perse — contro l’Alcione nella sua prima stagione e contro il ChievoVerona quest’anno — sconfitte sul campo ma frutto di cavalcate e prestazioni di altissimo livello. E resta la sconfitta ai rigori, ai playoff del secondo anno, contro una corazzata che giocava persino priva di alcuni titolari, in una stagione che li aveva visti a metà classifica. Tra le vittorie ricorda con piacere la prima in assoluto della sua gestione alla Casatese, quella contro il Brusaporto, e i due successi a cui è più legato per prestigio: a Lumezzane nel primo anno, contro una squadra che avrebbe poi dominato il torneo, e quello in casa del Milan (Milan Futuro), in un momento difficile e con una prestazione da squadra vera.
I momenti che lo rendono più orgoglioso, però, sono due rimonte: cinque vittorie di fila l’anno scorso e sei risultati utili quest’anno — compreso il successo nei playoff contro l’AC Leon — arrivati quando la squadra era scivolata fuori dalla zona playoff. Per Commisso sono la testimonianza viva di ciò che questo gruppo è stato capace di fare nei momenti che contavano davvero.
Dopo ogni caduta ci siamo rialzati più forti: è lì che si vede cosa è davvero un gruppo.
06
La squadra ha saputo competere ai vertici contro realtà importanti. Quanto conta, nel tuo modo di lavorare, l’aspetto umano e la capacità di tenere unito il gruppo nei momenti complicati?
La Casatese Merate ha quasi sempre dovuto competere con realtà più strutturate per budget, impianti e organici. Proprio per questo, spiega, il modo di lavorare e l’aspetto umano diventano decisivi: nei momenti difficili è il gruppo a fare la differenza, e bisogna essere ancora di più ciò che si predica.
Il suo credo è essere veri, sinceri e critici con se stessi, senza nascondersi dietro un dito né scaricare le colpe sugli altri: ci si dice le cose in faccia, ci si prende le responsabilità e si cerca insieme la soluzione. Perché i risultati, ripete, sono la conseguenza delle prestazioni: può girare male per qualche partita, ma sulla lunga tutto torna. Nei momenti complicati, dice ai ragazzi, ci si chiude nella propria campana di vetro, perché contano solo le persone dentro lo spogliatoio.
I risultati sono la conseguenza delle prestazioni: può girare male per qualche partita, ma sulla lunga tutto torna.
07
La Casatese Merate punta molto sui giovani e sul legame con il territorio. Quanto è importante per te valorizzare i ragazzi e sentirti parte di una comunità, e non solo allenare una prima squadra?
Crede molto nel settore giovanile, al punto di arrabbiarsi quando non vede nei ragazzi l’attaccamento e la voglia di arrivare in prima squadra. Per lui quello deve restare l’obiettivo primario di chi cresce nell’agonistica: il calcio è una passione, e una passione chiede dedizione piena. Sa che oggi le distrazioni sono tante, ma resta convinto che per obiettivi importanti servano sacrifici.
Un ragazzo convocato con la prima squadra, dice, deve mettersi a disposizione e lavorare ogni giorno per meritarsi quel posto. Al di là dei doveri, però, resta il sentimento: gli piace andare a vedere le giovanili la domenica mattina e ritrovare i bambini che vengono allo stadio nel pomeriggio, come faceva lui da piccolo. Restare, in fondo, eterni bambini innamorati di questo sport.
Restare, in fondo, eterni bambini innamorati di questo sport.
08
La società si definisce “La Casa del Calcio in Brianza”. Da allenatore e punto di riferimento, cosa significa per te rappresentare questa identità e questo territorio?
Nato e cresciuto a Milano, Commisso si è legato alla Brianza vivendola da giocatore e da allenatore per molti anni, fino a sentirla casa. Guidare la società dilettantistica più importante del territorio, dice, lo onora e lo affascina: essere un punto di riferimento impone di non sedersi e di cercare ogni giorno qualcosa che faccia brillare di più il club, trovando sempre soluzioni nuove.
Parla con orgoglio del calcio brianzolo, che in una regione competitiva come la Lombardia sa difendersi sempre bene: il Renate terzo in Lega Pro, la Folgore Caratese che ha vinto il campionato nel girone di Serie D, la stessa Casatese arrivata seconda. Da qui il desiderio di far crescere il movimento: più gente allo stadio la domenica, un livello più alto dalla scuola calcio fino alla prima squadra. È in questo radicamento — nel territorio, nelle persone, nel lavoro quotidiano — che il claim della società, La Casa del Calcio in Brianza, trova la sua voce sul campo.
In Brianza mi sento a casa: guidare la realtà dilettantistica più importante del territorio mi onora ogni giorno.
09
Ti resta ancora un anno di contratto, frutto di un biennale firmato con convinzione. Con quali ambizioni e con quale spirito affronti questo nuovo capitolo del percorso insieme alla società?
Un anno fa firmò un biennale con convinzione: fu lui, racconta, a proporre alla società un accordo lungo dopo una sconfitta, per testimoniare la voglia di continuare in quell’ambiente. È consapevole che confermare un secondo posto sarà ancora più difficile che raggiungerlo: ogni anno, dice, è una storia a parte.
L’ambizione è colmare insieme alla società alcuni limiti — organizzativi, strutturali, a volte di rosa — senza togliere a nessuno, per provare a primeggiare: ma sempre come conseguenza del lavoro, non come pretesa. Lo spirito è quello di un guerriero affamato che riparte da una sconfitta che fa ancora male; e dopo un po’ di riposo, ammette, non vede l’ora che arrivi il 20 luglio per ricominciare.
Ogni anno è una storia a parte: confermarsi è difficilissimo, migliorarsi ancora di più. Ma l’ambizione è tanta.
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Per chiudere, quale messaggio vuoi mandare ai tifosi, ai tuoi ragazzi e a chi ogni giorno lavora dietro le quinte per far crescere questo progetto?
Il messaggio finale è per tre destinatari. Ai tifosi chiede di restare vicini e convinti nel progetto, con il sogno di uno stadio pieno come nelle notti dei playoff: uno spettacolo che, dice, questa squadra e questa gente meritano.
Ai suoi ragazzi augura buone vacanze e riposo, perché presto si tornerà a lavorare. E alle persone dietro le quinte dedica un grazie in maiuscolo: quella squadra invisibile, spesso fatta di volontari, che permette alla squadra in campo di diventare, parole sue, invincibile.
C’è una squadra invisibile, dietro le quinte, che permette a quella in campo di diventare invincibile.